Abstract della lezione
"Stato
dell'arte e prospettive della terapia fotodinamica"
La
terapia fotodinamica (TFD) utilizza l’ attività fotochemiotossica di molecole
con attività fotosensibilizzante (Fs).
A
differenza dei trattamenti farmacologici convenzionali sia topici che sistemici,
la TFD è data dall’ applicazione successiva di due componenti: il farmaco e
la luce attivante e le possibili combinazioni terapeutiche sono numerose.
I
Fs attualmente impiegati per la TFD appartengono a due gruppi: (1) le porfirine
endogene indotte dall’ acido aminolevulinico (ALA), in particolare la
protoporfirina IX (PPIX); (2) i Fs esogeni quali le porfirine
e le sostanze ad esse correlate quali i coloranti cationici come i
derivati del Blu Nilo. Tutti questi Fs possono, in via sperimentale, essere
somministrati sia per via topica che sistemica ed, in entrambi i casi, vi è la
possibilità di scegliere tra le numerose sostanze veicolanti proposte.
Per
quanto riguarda l’ irradiazione, sono disponibili tanto fonti luminose ad
ampio spettro con un’ ampia possibilità di filtri quanto fonti monocromatiche
laser ed entrambe possono essere modulate per ottenere potenze e dosi diverse.
Sebbene vi sia una relazione dose-risposta sia per i Fs che per l’
irradiazione, quando si esamina l’ effetto fotodinamico complessivo, la
reciprocità dei due componenti combinati non è sempre ottenibile. Questa
diversità di regimi terapeutici influenza in modo importante i risultati
clinici e le discrepanze nell’ interpretazione dei risultati sono
ulteriormente accentuate dal fatto che non vi è uniformità di criteri per
giudicare il risultato terapeutico (4,5).
Negli
ultimi anni, la TFD ha fatto importanti progressi passando da trattamento utile
per pazienti resistenti a qualunque altra terapia a possibile opzione
terapeutica di prima scelta nel trattamento di alcune patologie cutanee sia
neoplastiche, in particolare quelle della linea cheratinocitica, quali cheratosi
attiniche (CA), epiteliomi basocellulari (EB), epiteliomi spinocellulari (ES) e
malattia di Bowen (MB) che infiammatorie, quali psoriasi ed acne.
Tuttavia,
la TFD è tuttora una modalità
terapeutica sperimentale che deve ancora trovare una sua collocazione in
dermatologia e il suo futuro dipende dalla definizione di obiettivi appropriati
e di metodiche sensibili ed efficaci.
Uno
dei maggiori fattori dell’ aumentato interesse verso la terapia fotodinamica
è stato lo sviluppo di una tecnica terapeutica relativamente semplice, poco
costosa e priva di effetti collaterali di una qualunque rilevanza: l’
irradiazione con luce visibile della cute sensibilizzata dall’ accumulo di
porfirine endogene successive all’ applicazione topica di acido
delta-aminolevulinico (ALA) (1). L’ ALA non è un Fs per se
ma può essere metabolizzato fino alla formazione di Protoporfirina IX da
numerose linee cellulari del nostro organismo utilizzando la catena enzimatica
della via metabolica dell’ eme.
Numerosi
studi individuali non controllati hanno valutato l’ attività terapeutica nel
trattamento di neoplasie cutanee dei cheratinociti. In questi studi l’ ALA è
stato preparato ad una concentrazione standard del 20% ed applicato con
medicazione occlusiva per 3- 8 ore. Al termine l’ area veniva irradiata con
40- 300 J/ cm2 di luce coerente o non coerente ma comunque con picco compreso
tra 570 e 630 nm.
I
risultati ottenuti sono sempre stati del tutto incoraggianti, riportando
percentuali di risoluzioni complete comprese tra l’ 80% e il 100% dei casi
trattati con lesioni piane o poco rilevate, indipendentemente dal tipo
istologico e del 40-70% nel caso di lesioni rilevate o nodulari. Gli esiti
cosmetici sono sempre stati eccellenti.
Peraltro
questi risultati ottenuti con gli attuali protocolli terapeutici non appaiono in
generale superiori a quanto ottenuto con terapie convenzionali per quanto
riguarda sia il numero di risoluzioni complete che l’ intervallo di
remissione. Tuttavia TFD ha dimostrato alcuni importanti vantaggi: non è
invasiva, gli esiti cosmetici sono eccellenti, è ben accettato dai pazienti, può
essere usata per trattare numerose lesioni superficiali in brevi sessioni
terapeutiche, piò essere impiegata per pazienti che rifiutano l’ intervento
chirurgico o hanno pace-makers o tendenza a sanguinare, può essere impiegata
per trattare lesioni in sedi difficilmente aggredibili chirurgicamente come la
mucosa orale o l’ area genitale; può essere usata come terapia palliativa e,
infine, può essere ripetutamente impiegata senza tossicità cumulativa. ALA-
TFD potrebbe anche rappresentare un trattamento potenzialmente utile per
malattie non tumorali sia infettive, quali condilomi e verruche, che
infiammatorie, quali psoriasi, dermatite atopica ed acne. Tuttavia i risultati
finora ottenuti sono da considerare del tutto preliminari in quanto ottenuti su
piccole casistiche con studi aperti e non controllati.
Il
progresso della ALA-TFD è strettamente legato ad una definizione di migliori
protocolli terapeutici, e, a questo scopo, è necessario comprendere meglio i
meccanismi biochimici del metabolismo dell’ ALA. Spiegare l’ accumulo
intracellulare di Protoporfirina IX
sulla sola base dell’ esaurimento della capacità di saturazione della
ferrochelatasi, sembra semplice ed esauriente ma recenti evidenze sperimentali
indicano che la modulazione della via metabolica dell’ eme da parte dell’
ALA esogeno può essere più complessa. E’ stato poi dimostrato che la
sensibilizzazione da ALA può essere potenziata da inibitori o competitori della
ferrochelatasi quali l’ EDTA e la desferrioxamina (13). Altri approcci per
potenziare gli effetti dell’ ALA comportano l’ uso del DMSO e del butirrato
che portano all’ induzione degli enzimi della via metabolica dell’
eme.
La
somministrazione sistemica di ALA non sembra essere gravemente tossica, ma il
vantaggio di usare questo approccio per la TFD di lesioni superficiali di organi
interni cavi, quali intestino, esofago, trachea, bronchi, utero e vescica è
tuttora da determinare. Al contrario l’ uso dell’ ALA nella diagnosi di
fluorescenza di aree tumorali in queste sedi appare vantaggiosa in termini di
specificità e sensibilità in confronto a tecniche diagnostiche tradizionali.
L’
applicazione di una formulazione contenente tetrafenilporfinetetrasulfonato
(TPPS4) ha portato alla risoluzione completa del 93.5% degli EB superficiali
trattati (15).
Anche
l’ uso sistemico delle più comuni preparazioni a base di derivati delle
ematoporfirine quali il PhotofrinÒ
e il PhotosanÒ
ha permesso eccellenti risultati terapeutici nel trattamento di EB, ES, MB,
sarcoma di Kaposi e metastasi cutanee di carcinoma mammario. L’ uso di questa
terapia è tuttavia limitato dalla prolungata, fino a 6 settimane,
fotosensibilità cutanea (6). Tale effetto collaterale può essere accettabile
in pazienti con patologie tumorali degli organi interni ma raramente può
esserlo per le comuni indicazioni dermatologiche. In questi casi esiste pertanto
la necessità di nuovi Fs con emivita molto più breve. Allo stesso tempo, si è
definito che tali Fs devono assorbire a lunghezze d’ onda superiori al picco
d’ assorbimento (630nm) caratteristico dei derivati porfirinici allo scopo di permettere il trattamento di maggiori spessori
di tessuto. Infine i nuovi Fs possiedono un’ intrinseca migliore capacità di
localizzarsi nel tessuto bersaglio e la selettività può essere incrementata
dalla loro combinazione con carrier macromolecolari quali liposomi e anticorpi
(2,3). Attualmente parecchi nuovi Fs hanno dimostrato di possedere tali proprietà.
La gran parte di questi prodotti ha in comune l’ anello tetrapirrolico
caratteristico di tutte le porfirine
ma sistematici cambiamenti della struttura chimica ne hanno cambiato
radicalmente le proprietà fisico-chimiche
e fotobiologiche.
Un
breve elenco dei Fs attualmente più attentamente studiati comprende:
(1)
I derivati benzoporfirinici monoacidi (BPD-MA) sono derivati porfirinici
di seconda generazione costituiti da una molecola idrofobica cui è stato
aggiunto un anello monoacido. Il picco massimo di assorbimento a 690 nm si situa
al di là del picco dell’ emoglobina e permette pertanto una profonda
penetrazione tissutale. Per aumentarne la selettività il BPD-MA viene
usualmente iniettato dopo incapsulazione in liposomi. Il rapido accumulo nei
tessuti tumorali consente di irradiare lo stesso giorno e la fotosensibilità
residua è di breve durata (9). L’ uso di questo Fs è attualmente investigato
negli USA e in alcuni paesi europei con formali protocolli di ricerca
allo scopo di ottenerne la registrazione per indicazioni dermatologiche,
oncologiche e reumatologiche.
(2)
I porficeni sono isomeri delle porfirine (8). Hanno tutti elevati picchi di
assorbimento tra 550 e 650 nm e il loro uso si è dimostrato utile non solo
nell’ ambito dell’ oncologia cutanea ma anche, dopo applicazione topica, nel
trattamento della psoriasi.
(3)
Anche altri Fs di seconda generazione, come le ftalocianine, le clorine, le
feoforbidi e le porporine hanno
raggiunto diversi stadi di sperimentazione pre-clinica
e clinica (7,10,11). La cute è sicuramente un bersaglio ideale per una
valutazione iniziale di questi composti nell’ uomo. Tuttavia, dai primi
risultati, pare che, l’ aver creato composti nuovi con caratteristiche
molecolari ottimali non assicura, di per sé, una maggiore efficacia nell’ uso
in vivo.
(4)
Un gruppo di Fs non presenta struttura tetrapirrolica ma è un derivato del Blu
Nilo, un colorante cationico tetraciclico. Questi Fs hanno dimostrato una
elevata affinità ed una buona azione distruttiva nei tessuti tumorali sia in
vitro che negli animali da esperimento e nell’ uomo (12). Inoltre la tossicità
sistemica è bassa, la fotossicità cutanea residua è assente e il picco d’
assorbimento è a 690 nm.
Negli
ultimi anni sono stati posti all’ attenzione della ricerca dermatologica
numerose nuove molecole ad azione Fs e nuovi regimi di trattamento formulati
allo scopo di ottenere protocolli standardizzati e linee guida per la
valutazione dei risultati. Pare comunque attualmente di particolare necessità
ed urgenza ottenere una migliore selettività dell’ accumulo di Fs nei tessuti
tumorali, una migliore conoscenza dei parametri di diffusione ottica nei
tessuti, un miglioramento delle metodiche di dosimetria e lo sviluppo di sistemi
di irraggiamento più semplici, più economici e più efficaci.
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