Laser
CO2 nelle lesioni cervicali: indicazioni, controindicazioni,
approccio
terapeutico, complicazioni e risultati.
G.
Bandieramonte, G. De Palo -
Istituto Nazionale Tumori, Milano
Il
C02 laser può essere
utilizzato in chirurgia come bisturi tramite un manipolo o in associazione ad
un microscopio operatorio o ad un colposcopio. Quest'ultimo è dotato di una
lente terminale per la focalizzazione del fascio sul campo operatorio.
L'associazione è ottenibile tramite uno speciale raccordo (micromanipolatore).
Il collegamento tra i due strumenti è predisposto in modo che il percorso del
raggio si trovi anteriormente al sistema ottico per la visione binoculare. Il
raggio guida costituito usualmente dal laser Helio-Neon coassiale, permette il
puntamento preciso del laser operativo. Dal momento che la focale del
microscopio e la distanza di focalizzazione del raggio possono essere
identiche e coassiali, la visione chiara ed ingrandita coincide con il piano in
cui può essere utilizzato il raggio per l'impiego microchirurgico.
Nel
corso dell'incisione con laser C02, vasi ematici e linfatici di diametro compreso tra 0,6 e 1 mm
vengono coagulati. Con irradianze elevate, piccolo spot luminoso, movimento
rapido del raggio laser, si riduce l'estensione del danno termico e
corrispondentemente la capacità coagulativa. Per ottenere un effetto
coagulativo predominante conviene utilizzare una bassa velocità di movimento
del raggio, irradianza ridotta (<600 W/cm2),
defocalizzazione del fascio laser (diametri maggiori di 2 mm). Per la coagulazione
di vasi con diametro superiore a 1 mm sono necessarie procedure emostatiche
tradizionali.
Durante
l'uso chirurgico del laser C02, si provoca invariabilmente lo sviluppo di fumi derivanti dai
componenti biologici tessutali che, se ottenuti durante un normale intervento
laser con irradianza medio-elevata sono generalmente privi di vitalità, ma
che tuttavia devono venire evacuati dal campo di trattamento mediante un
apposito aspiratore.
Il
laser C02 può essere usato per la vaporizzazione
o l’escissione di tessuti.
Quando
è sufficiente l'esame bioptico preoperatorio, in analogia agli altri metodi
distruttivi, la lesione può essere asportata mediante vaporizzazione alle
potenze di emissione di 20-25 W in continua, con uno spot di circa 1,5 mm di
diametro. In caso di lesione estesa, conviene dividere l'area da trattare in
settori di più piccole dimensioni, indi in ognuno di questi settori vengono
tracciati solchi di vaporizzazione ordinati secondo linee parallele e
ortogonali. Scopo della procedura è l'ottenimento di una superficie
uniformemente piana, senza creste intermedie, così da ridurre al minimo le
possibilità di persistenza della malattia. La profondità di distruzione
della lesione è raggiunta mediante il passaggio del fascio laser su piani
successivi, sotto controllo microscopico, sulla base dei punti di riferimento
anatomici. Sulla superficie vaporizzata, specie all'ultimo piano di
distruzione del tessuto, è opportuno, per non creare eccessiva carbonizzazione,
effettuare rapidi movimenti del fascio, riducendo così il tempo totale di
esposizione. Al termine del procedimento conviene rimuovere il sottile strato
di carbonizzazione residua mediante garze imbevute di soluzione fibiologica,
riducendo così gli effetti del danno termico sulla superficie trattata per
migliorarne il processo di guarigione.
Quando
è necessario ottenere il campione chirurgico dell'intera lesione per l'esame
istologico, è indicata l'utilizzazione della metodica escissionale. Con
questa metodica il raggio laser viene impiegato in modo simile al bisturi. Effettuata
l'incisione ai bordi mediante un solco della profondità desiderata, il taglio
prosegue alla base della lesione divaricando i bordi della stessa con pinze da
trazione. Il meccanismo d'azione del laser è simile all'impiego precedente,
in quanto il solco d'incisione consiste in una vaporizzazione lineare che si
limita ai contorni della lesione senza estendersi all'interno della stessa. Le
potenze, e le densità di potenza usate per la resezione, sono più elevate
rispetto alla metodica distruttiva, mentre lo spot di luce viene ridotto. In
un campo operatorio asciutto, l'incisione procede speditamente e l'intervento
viene usualmente completato più rapidamente rispetto alla procedura
distruttiva, in quanto il tempo chirurgico è funzione della somma delle
superfici laterali e profonda del tessuto asportato, anzichè del volume dello
stesso. Per un uso appropriato del laser in chirurgia escissionale occorre
ricordare la necessità di inviare al patologo un campione chirurgico
correttamente leggibile. Pertanto lo spessore di tessuto escisso deve essere
superiore al millimetro pena l'impossibilità di ottenere una precisa
diagnosi. Inoltre, i margini della resezione, laterali e profondo, devono cadere
almeno a 1-2 mm in tessuto sano per consentire al patologo un giudizio sulla
completezza dell'escissione.
Le
ferite da chirurgia laser (escissionale o distruttiva) guariscono usualmente
per seconda intenzione, e la ricostruzione del piano epiteliale e connettivale
procede in tempi relativamente brevi, con trascurabile tendenza alla
retrazione cicatriziale. Poiché la rigenerazione epiteliale avviene dai margini
e dal fondo della ferita, pertanto, se in queste sedi sono contenuti residui di
malattia la riepitelizzazione avverrà, come per ogni altra metodica
chirurgica, con il contributo del tessuto patologico.
Nel
1984 è stata definita dalla International Electrotechnic Commission (IEC) una
normativa per l'impiego delle apparecchiature laser, specificante obblighi e
raccomandazioni cui devono ottemperare i costruttori e gli utilizzatori. Le
prescrizioni per i costruttori sono specificate in un'apposita normativa europea
e dal 1988 in una normativa italiana della CEI. Tale pubblicazione contiene le
indicazioni relative ai dispositivi di sicurezza e controllo che devono essere
compresi nello strumento laser sulla base delle caratteristiche della sorgente
laser, raggruppate in classi. La classificazione dipende da: lunghezza d'onda,
valori di potenza, tipo di emissione, tempo di esposizione all'irraggiamento.
Essa definisce un limite di esposizione accessibile cui può essere sottoposto
l'operatore. La classificazione, in 5 classi, comprende ogni tipo di sorgente
con emissione laser continua, di tipo medicale e non, con caratteristiche di
differente pericolosità. Per garantire la massima sicurezza durante l'atto
operatorio, la conoscenza della classe di appartenenza, dei parametri
d'impiego del fascio laser e delle proprietà ottiche del tessuto irraggiato,
deve essere integrata dall'applicazione di specifiche procedure
protezionistiche. La CEI ha pubblicato una "Guida per l'utilizzazione di
apparati laser" suddivisa in quattro parti, che riguardano diversi tipi
di applicazioni. La parte D, riguardante l'utilizzazione clinica dei laser
medicali, contiene raccomandazioni in merito all'apparecchiatura,
all'operatore, al paziente e all'ambiente di ubicazione del laser.
Impieghi
per lesioni della cervice uterina
L’impiego
del C02 laser nella patologia
cervicale comprende interventi di tipo distruttivo, ed interventi di tipo
escissionale (conizzazione)
Il
metodo distruttivo è indicato per lesioni interamente esocervicali quali
ectropion, CIN e infezione da papilloma virus (HPVi) esocervicali (con
giunzione squamo-colonnare completamente visibile in colposcopia)
Per
il CIN ad esclusiva localizzazione esocervicale si procede alla vaporizzazione
del tessuto distruggendo la zona interessata per una profondità media
di 6 mm per comprendere la base delle cripte ghiandolari. Il trattamento viene
effettuato tramite lo strumento laser C02 in
associazione al colposcopio. Circoscritto il limite esterno della zona da
trattare con un solco di incisione laser, l'area da vaporizzare viene divisa
in quadranti, in ognuno dei quali vengono tracciati solchi di vaporizzazione secondo
assi ortogonali e obliqui. Il movimento del fascio effettuato in modo rapido per
evitare una eccessiva carbonizzazione, deve ottenere una superficie
uniformemente piana, senza creste intermedie tra i solchi, allo scopo di avere
in ogni punto la stessa profondità di distruzione del tessuto. La potenza
adatta erogata dallo strumento è di 25-35 W, in emissione continua. Usando un
microscopio operatorio con focale di 250-300 mm e focalizzando il raggio laser
alla stessa distanza focale del microscopio, lo spot di luce laser è misurato
tra 0,5-2 mm. La rimozione del tessuto viene eseguita alla citata profondità
e 4-5 mm in ampiezza dal bordo della lesione. Tale metodica è eseguibile
ambulatoriamente senza anestesia e comporta uno scarso rischio di fibrosi o
retrazione cicatriziale. Particolare vantaggio si osserva nel trattamento di
lesioni estese ai fornici vaginali, per la precisione con la quale può essere
condotta l'ablazione in estensione superficiale e in profondità, sotto
controllo colposcopico. I risultati della letteratura sulla laser vaporizzazione
del CIN evidenziano
una relazione diretta della percentuale di persistenza di malattia con la
profondità di vaporizzazione. Le persistenze di malattia sono risultate
rispettivamente nel CIN I, CIN Il e CIN III, del 50%, 87% e 85% per profondità
comprese tra 1 e 2 mm, del 37%, 39% e 66% tra 2 e 4 mm e del 4%, 6% e 14% oltre
i 5 mm.
La
conizzazione cervicale eseguita
con laser C02 e microscopio operatorio è indicata per il trattamento
del CIN esteso al canale cervicale (con limite superiore della giunzione
squamo-cilindrica non visibile in colposcopia). L'intervento viene
effettuato in regime di Day Hospital, in anestesia locale per infiltrazione ai
quattro punti cardinali della esocervice. Per l'ottenimento del cono cervicale
vengono utilizzate potenze di emissione elevate (fino a 40 W). È opportuna
la possibilità di variare il diametro dello spot luminoso per poter adattare la
capacità di taglio alla proprietà coagulativa in tempo reale. Non è
necessaria l'allacciatura dei rami discendenti dei vasi cervicali, né la
ricostruzione plastica dopo l'intervento. Il tempo dell'intervento è compreso
tra i 10 e i 15 minuti. La profondità e l'ampiezza del cono vengono determinate
dalla topografia della lesione, dalla morfologia della cervice e dall'età
della paziente. L'altezza del cono può variare da 7 a 30 mm in base alla sede
ed estensione della lesione, e la base tra 10 e 40 mm. Sulla base della
morfologia del campione chirurgico, si distinguono tre diversi tipi di
conizzazione laser: la resezione discoide, conoide e cilindrica.
L’approccio
terapeutico
delle displasie cervicali segue precise considerazioni cliniche generali e
particolari. In generale, la resezione discoide o ad anello, con altezza del
cono inferiore a 10 mm, può essere effettuata in alternativa al trattamento
distruttivo quando il limite superiore della lesione è visibile, per
un’ulteriore verifica istologica della lesione. La resezione conoide o
cilindrica, con altezza del cono compresa tra 11 e 30 mm, viene effettuata
quando non è visibile il limite superiore della lesione. Nei CIN associati ad
infezione da HPV con estensione di quest'ultima ai margini periferici dell’esocervice
o ai fornici vaginali si usa una tecnica combinata di resezione e
vaporizzazione.
In
particolare, per quanto riguarda la lesione endocervicale o il tratto
endocervicale della stessa si distinguono:
a)
interessamento della sola superficie del canale (CIN superficiale);
b)
coinvolgimento anche le delle cripte (CIN ghiandolare), con estensione più
laterale nello stroma cervicale.
Il sottogruppo b) comprende sia i casi accertati istologicamente mediante biopsia preoperatoria di positività delle cripte, sia i casi con elevata probabilità di interessamento delle cripte derivante da reperto microcolposcopico di ampia estensione endocervicale.
In considerazione di queste differenti possibilità, può essere adattato il tipo di intervento per il raggiungimento degli obiettivi diagnostici e terapeutici, secondo quanto segue:
a)
Lesioni endocervicali ritenute estese solo alla superficie del canale.
Per asportare tutta la lesione è sufficiente un prelievo di forma cilindrica centrata attorno al canale cervicale, con una distanza radiale dall'asse del canale il più possibile costante. Problemi operativi nel trattamento di questa categoria di lesioni possono sorgere da:
1)
Difficoltà di ottenere un taglio ad una distanza uniforme dall’asse del
canale, specialmente in presenza di irregolarità morfologiche del canale, quali
si verificano frequentemente dopo un parto. Strumentazione a forma
predeterminata, quali l’ansa a radiofrequenza, non consentono il necessario
controllo tridimensionale del prelievo.
2)
Coinvolgimento inatteso delle cripte con conseguente necessità di effettuare il
taglio stromale ad una distanza radiale dal canale non inferiore a 6-8 mm, in
proporzione alle dimensioni della cervice. Ciò si verifica in circa il 40%
delle pazienti con CIN 3 endocervicale, ed è dimostrato dal riscontro sul
campione chirurgico finale dell'interessamento delle cripte, anche nei casi in
cui la biopsia cervicale preoperatoria non l'aveva evidenziato.
3)
Definizione dell'altezza del taglio apicale per effettuare un’escissione
completa quando la lesione è molto estesa nell’endocervice, o al contrario,
per evitare l’escissione di una quantità inutile di tessuto sano in caso di
scarsa estensione. L'informazione sull’estensione in millimetri della malattia
lungo la superficie del canale cervicale può essere ottenuta preoperatoriamente
mediante misurazione in microcolposcopia.
b)
Lesioni con estensione endocervicale e probabile o certo interessamento delle
cripte.
Questa
categoria di lesioni riveste il maggiore interesse clinico e chirurgico.
E’
stato dimostrato che l’estensione alle cripte rappresenta il più importante
fattore predittivo per la persistenza o ricorrenza della malattia,
indipendentemente dallo stato dei margini di resezione del cono. Inoltre,
l’estensione laterale della malattia nel contesto dello stroma cervicale rende
necessaria la possibilità di controllo tridimensionale nella metodologia
chirurgica escissionale.
L’escissione
completa di queste lesioni comporta quindi una particolare accuratezza
nell’esecuzione del taglio stromale allo scopo di comprendere nel pezzo
operatorio escisso il maggior numero di cripte potenzialmente interessate dalla
lesione.
Il
raggiungimento del suddetto scopo pare ottenibile con i seguenti mezzi:
I)
aumentando le dimensioni del prelievo,
II)
utilizzando metodiche più conservative, ma più mirate o guidate.
Con
elevata probabilità, la conizzazione con bisturi tradizionale consegue
l’obiettivo dell’escissione completa, ma a costo di una demolizione
relativamente ampia di tessuto. L’ansa a radiofrequenza, pur consentendo
l’escissione di un ampio volume di tessuto, non offre sufficienti garanzie di
completezza.
A
parte i numerosi problemi tecnici oggetto di studi e controversie (sanguinamento
intraoperatorio, tipo di anestesia e ricovero, richiesta di ricostruzione
plastica, possibili complicazioni stenotiche) che rendono più o meno
vantaggioso l’impiego delle metodiche disponibili (bisturi, laser, ago e ansa
a radiofrequenza) un contributo risolutivo ai tre sopraccitati problemi
operativi è costituito dalla scelta di una strumentazione il cui requisito
essenziale sia la possibilità del controllo tridimensionale del taglio,
orientato in un campo operatorio nitido e ingrandito in colposcopia. Il bisturi
e l’ansa a radiofrequenza non consentono un adeguato controllo
tridimensionale, mentre il laser e l’ago a radiofrequenza corrispondono al
requisito essenziale, in modo particolare quando utilizzati in associazione ad
un metodo che renda possibile identificare la posizione delle strutture
anatomiche sede potenziale di malattia, quali le cripte endocervicali.
c)
La conizzazione assistita da visualizzazione delle cripte.
Mediante
l'impiego di un colorante vitale, il blu di metilene, previamente introdotto nel
canale cervicale, si ottiene la colorazione del canale cervicale e delle cripte,
configurando una vera e propria "guida" intraoperatoria. In pratica,
la visualizzazione in trasparenza o diretta delle cripte da parte del colorante
durante il taglio stromale rende possibile adattare, caso per caso con
precisione, la direzione del taglio lateralmente alle cripte visualizzate, allo
scopo di ottenere una “clearance” laterale ad una distanza pressochè
costante dall’asse del canale. La “clearance” apicale viene invece
determinata proseguendo il taglio stromale circa 5-7 mm oltre il dato
microcolposcopico dell’estensione endocervicale della lesione.
Caratteristiche
chirurgiche del CO2 laser, quali lentezza nel taglio, per consentire una
corretta direzione dell’incisione, e possibilità di emostasi puntiforme in
colposcopia, con l’ausilio di un apposito divaricatore ad uncino, sono
risultati elementi essenziali per utilizzare pienamente i vantaggi derivanti
dalla visualizzazione delle cripte. Con la strumentazione laser è possibile
condurre a termine l’intervento di conizzazione "guidata", quale
misura terapeutica definitiva, con la conservazione dell'integrità anatomica
e funzionale della cervice per la grande maggioranza delle pazienti. La
guarigione a 5 anni è stata ottenuta, presso l’Istituto Nazionale Tumori di
Milano, nel 99% dei casi di CIN2-3 con estensione endocervicale, di cui più di
un terzo presentava interessamento delle cripte. Nella nostra esperienza,
globalmente le complicazioni post-chirurgiche incidono per circa il 3%.
Commento
conclusivo
L'impiego
del laser, nell'ambito di indicazioni definite, consente vantaggi chirurgici,
clinici ed economici. I primi sono correlati alla possibilità di selezione del
piano di ablazione con precisione sub-millimetrica. La stessa caratteristica,
negli impieghi escissionali configura un sistema operativo in grado di eseguire
un controllo tridimensionale della direzione del taglio. Inoltre, nonostante la
necessità di protezione e di adattamento alle regole per il controllo dei
parametri fisici ed ottici della strumentazione, la possibilità di emostasi
puntiforme del laser comporta una semplificazione tecnica rispetto alle
procedure tradizionali per la scarsa
necessità di strumentazione accessoria chirurgica o di elettrocoagulazione.
La
strumentazione con ago a radiofrequenza può rappresentare una valida
alternativa per effettuare interventi di conizzazione guidata in colposcopia.
Tuttavia, l'elevata velocità d'incisione dell'ago produce, per unità di tempo,
una superficie sanguinante maggiormente estesa, rendendo pertanto difficile
un'appropriata visualizzazione della linea d'incisione. A sfavore del laser sono
la necessità di maggiore addestramento all’uso esperto dell’operatore, ed
il maggior costo delle apparecchiature; a favore sono la maggiore precisione nel
taglio e la possibilità di controllo puntiforme dell’emostasi. La
strumentazione con ago a radiofrequenza ha un minor costo ed il suo impiego è
più rapidamente apprendibile.
Infine,
dal punto di vista clinico, la scarsa necessità di cure postoperatorie (analgesici),
la ridotta frequenza di complicazioni postoperatorie precoci (sanguinamento,
infezioni) e tardive (retrazioni cicatriziali, infertilità), e l’elevata
efficacia terapeutica conferiscono alla metodica laser caratteristiche di
specifica utilità. La metodica di conizzazione assistita dalla visualizzazione
delle cripte, eseguita con laser e possibilmente preceduta da una valida
misurazione microcolposcopica dell’estensione endocervicale della lesione,
rappresenta attualmente il mezzo più affidabile per un trattamento conservativo
che assicuri al tempo stesso il maggior grado di completezza.
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