La
chirurgia tradizionale ed il trattamento delle recidive del carcinoma invasivo
L.Piva
Il
trattamento d’elezione del carcinoma spinocellulare del pene consiste
nell’amputazione dell’organo due cm. prossimamente al margine della lesione.
La terapia demolitiva è infatti curativa in quasi la totalità dei pazienti:
nella nostra esperienza le ricadute locali (rl) sono l’1.8% (2/109) ed in
quella di Horemblas l’8.5% (5/59) (1). Ciò nonostante l’orientamento comune
è di riservare il trattamento demolitivo solo ai pazienti con neoplasia
localmente avanzata (T>2) o metastatica. Alla
prima presentazione oltre la metà dei pazienti sono allo stadio clinico T1 e
rappresentano pertanto il gruppo ideale su cui impiegare una terapia
conservativa. I fattori che
condizionano il tipo di trattamento sono: la sede, il tipo di crescita e
l’estensione di malattia. Nelle neoplasie localizzate al prepuzio la
circoncisione (tradizionale o con microchirurgia CO2 laser) è curativa. Nelle
forme piane che interessano glande + solco è indicata la chirurgia
conservativa (laser CO2, YAG Neodimio, tecnica micrografica di Mohs ed
eventualmente anche l’exeresi tradizionale); in quelle vegetanti, almeno
secondo la nostra esperienza, chemioterapia primaria (VBM) seguita da exeresi
laser consentono la conservazione dell’organo in oltre l’80% dei casi; nelle
ulcero-infiltranti si utilizza in genere la radioterapia (sia dall’esterno che
la brachiterapia) (2). Il rischio di
rl, dopo un trattamento conservativo, riportato in letteratura varia dal 18-25%
a seconda dei diversi autori. In particolare nella nostra esperienza la
chirurgia conservativa (+ chemioterapia primaria) è stata curativa
nell’83% dei casi (9/54), mentre più deludenti sono i risultati ottenuti
nelle forme ulcero-infiltranti con la radioterapia (13/35 pari al 34% di rl).
Nei carcinomi di categoria
clinica T2 (infiltrazione dei corpi cavernosi) il trattamento
conservativo è raramente proponibile anche in pazienti di giovane età. Infatti
l’invasione dei corpi cavernosi apre teoricamente la porta ad una loro
colonizzazione neoplastica e pertanto impone come primo trattamento
l’amputazione totale. L’agoinfissione sembra essere l’unica terapia
conservativa fattibile anche se è gravata sia ad un elevato numero di
insuccessi (mancate guarigioni) che, a causa delle alte dosi da erogate, di
importanti sequele tardive (compresa la radionecrosi) che
impongono una successiva terapia demolitiva. Nelle
neoplasie di categoria clinica T> di 2 è indicata l’emasculazione con
contemporanea linfadenectomia inguino pelvica. Il
trattamento delle rl è condizionato al primo approccio terapeutico; in
particolare dopo chirurgia conservativa (CO2 laser + chemioterapia
primaria) è possibile in circa un terzo dei casi (nostra esperienza) ottenere
il controllo della malattia con ulteriore terapia conservativa. Gli altri
pazienti sono generalmente trattati con chirurgia radicale. Più
impegnativo è il trattamento delle rarissime rl dopo chirurgia demolitivi
(amputazione parziale o amputazione totale). Il motivo fondamentale è che in
questi casi la rl non è, in genere, legata ad un difetto della chirurgia
primaria ma al tipo di diffusione del tumore ( permeazione linfatica o
linfangite neoplastica) che condizione frequentemente la diffusione al perineo e
quindi l’inoperabilità. In questi pazienti è pertanto possibile solo il
ricorso ad una chemioterapia sistemica eventualmente associata a contemporanea
radioterapia.
1:
Horemblas S. et al.: J.Urol. 147 : 1533-1538,1992.
2 :
Bandieramonte G.et al. : AURONEWS N°5-6, Dic.2002