LA RADIOTERAPIA NEL TRATTAMENTO CONSERVATIVO DEL CARCINOMA DEL PENE

Silvia TANA

Dipartimento di Radioterapia

Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano

INTRODUZIONE

Nonostante siano trascorsi quasi cinquant’anni dalle prime pubblicazioni, il ruolo della radioterapia non è ancora completamente definito. La rarità della neoplasia e la conseguente difficoltà a realizzare studi clinici controllati ha favorito la pubblicazione di resoconti che non si prestano ad una analisi e a un confronto dei risultati poiché in genere si tratta di serie  numericamente poco consistenti, relative a pazienti trattati in un lungo arco di tempo, durante il quale le tecniche di irradiazione si sono notevolmente evolute. La letteratura europea e statunitense ben riflette i contrasti nella strategia terapeutica, essendo in Europa preferito l’approccio radioterapico, mentre negli USA quello chirurgico.

 

TECNICHE DI RADIOTERAPIA

Varie modalità di trattamento radiante sono state utilizzate e le non frequenti pubblicazioni sono pressochè equamente distribuite, in termini numerici, tra quelle che riportano casistiche di pazienti trattati con radioterapia transcutanea e quelle relative ai trattamenti brachiterapici. In alcuni paesi, Francia in modo particolare, la maggior parte dei radioterapisti impiega la brachiterapia, mentre in Gran Bretagna la situazione è opposta.

L’irradiazione dall’esterno era realizzata in passato con apparecchiature di ortovoltaggio (Roentgenterapia), nelle casistiche più recenti, invece, sono adottati fotoni di alta energia emessi da unità di Telecobaltoterapia (TCT) o da Acceleratori lineari (LINAC).

 L’impiego di fotoni di alta energia rende necessario predisporre dispositivi, in genere realizzati artigianalmente, che consentano di sostenere il pene nella corretta posizione per l’irradiazione e contemporaneamente di realizzare una distribuzione omogenea della dose. Con frazionamento convenzionale è necessario erogare almeno 60 Gy.

La brachiterapia può essere eseguita con la tecnica a contatto, impiegando apparecchi modellati personalizzati per il posizionamento dei quali non si rende necessario ricorrere a manovre cruente, oppure con la tecnica interstiziale che comporta l’inserimento di  sorgenti di Iridio 192 in anestesia generale o spinale.

La dose da erogare è compresa tra 50 e 70 Gy con la tecnica a basso rateo di dose (LDR).

 

RISULTATI

Molto complessa risulta  l’analisi della letteratura per quanto concerne il confronto dei risultati terapeutici, poiché in alcune serie vengono espressi in termini di sopravvivenza, sulla quale incide prevalentemente la diffusione regionale della malattia, in altre casistiche vengono riportati  in termini di controllo locale, ma non sempre viene riportata chiaramente la percentuale di  ricorso alla chirurgia demolitiva di salvataggio per recidiva o per l’insorgenza di sequele post-attiniche gravi.

La radioterapia e la chirurgia, nella malattia iniziale, ottengono il controllo locale in misura percentualmente   sovrapponibile.

 Tuttavia, a patto che non venga compromessa la sopravvivenza del paziente per ripresa linfonodale e/o a distanza, la radioterapia consente di raggiungere il controllo locale associato alla conservazione d’organo.

 Con le moderne tecniche di trattamento radiante, in particolar  modo con la brachiterapia, più dell’80 % dei pazienti guarisce anche se in circa il 20 % con il ricorso alla chirurgia di salvataggio. La superiorità del trattamento brachiterapico rispetto a quello transcutaneo deve tenere conto che, di regola, la brachiterapia è utilizzata nei tumori di limitata estensione, mentre la terapia dall’esterno è stata sovente impiegata nelle forme estese.

Dovrebbe essere invece preferita la chirurgia quando la neoplasia ha un diametro superiore ai 4 cm, non solo perché con il trattamento radiante la probabilità di controllo locale è molto bassa ed è più difficile l’eventuale recupero chirurgico conservativo, ma anche perché  l’incidenza di complicanze gravi in queste situazioni si eleva significativamente. La guarigione oncologica senza la preservazione anatomica e funzionale dell’organo deve essere considerata un fallimento del trattamento radiante.

 

COMPLICANZE

Le complicanze acute sono rappresentate dall’insorgenza di infezioni locali ed edema del prepuzio che insorgono sulla normale flogosi attinica. Tali effetti collaterali possono essere evitati con il ricorso alla circoncisione preliminare, con una accurata igiene locale ed una adeguata profilassi antibiotica.

Complessivamente le sequele tardive sono più frequenti nelle casistiche di brachiterapia

 (18 % rispetto al  15 %) e sono, in ordine di incidenza, la stenosi uretrale (27 %), la fibrosi profonda (13 %), la radionecrosi ( 12 %) . Quest’ultima  è certamente la complicanza più temibile in quanto le ulcere radionecrotiche sono relativamente precoci ( entro un anno ), hanno scarsa tendenza alla guarigione spontanea e rendono necessario ricorrere  all’ amputazione  in circa la metà dei casi.

 

BIBLIOGRAFIA

 

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